La truffa del sovranismo

Il capitalismo contemporaneo, nelle sue dinamiche ferree di centralizzazione e nella sua inesauribile sete di superfruttamento del lavoro, trova nelle ideologie sovraniste facili “antidoti” a tutte le possibili reazioni “novecentesche” da parte di fasce crescenti delle popolazioni via via sottomesse al suo dominio che, private d’ogni bene, per “aree”, sono gettate dal suo incedere, nella pena dell’emigrazione  – affinché esso non incontri contrasti “preoccupanti” e “destabilizzanti”.
Questi antidoti si producono in un veleno ammorbante, che, attraverso fantasiose combinazioni di turpiloquio da bar e sofisticate analisi & statistiche (che chiamano Analytics, con lo stesso furbesco tono del tempo in cui, al fin di piazzare le partite di parmigiano andato a male ai rivenditori di provincia, il commesso viaggiatore ne decantava con essi la novità e il valore – affatto commisurabile al “prezzo di lancio” – bofonchiando: «Sa, non è parmigiano, questa è fuffa…») si diffonde nel “corpo politico-sociale” alla velocità di una truffa, appunto perché le diverse declinazioni del sovranismo sono tutte ugualmente truffaldine e si risolvono tutte nella grottesca riesumazione di putride miscele di nazionalismo e populismo che – non potendo attingere al focoso calice del sangue, della terra, della lingua (e persino della razza!) – combinano gli spiriti gelidi del becerismo diffuso e scompostosi nei rivoli dei risentimenti assortiti che alimentano un gran mercato di idee strampalate.
Qui, la loro “grande truffa”, consiste nell’attribuire il deperimento delle condizioni di vita dei lavoratori all’interno delle singole realtà nazionali – prodottosi attraverso diverse ondate in processi sociali e politici ormai ultraquarantennali – a nemici, diversamente e ondivagamente individuati secondo declinazioni specifiche per Paese, collocazione politica, stagionali contingenze elettoralesche, da manipolatori professionali dei deliri psicosociopatici diffusi dallo sfacelo che avanza alla stregua della globalizzazione. Nella loro impotenza di fatto, i sovranismi non possono che risolversi nell’additare l'”immigrato” come capro espiatoio del “grande male” globale.

In questo secondo intervento, Pietro Basso spiega come, seppur nell’ombra del fulgido esempio di style offerto da Trump, la situazione italiana brilli di luce propria, perché in essa ai sovranismi rispondono e trovano appoggio congiunto tanto «la marea dei piccoli accumulatori che possono vivere solo scorticando vivi i lavoratori che sono alle loro dipendenze» quanto quel sistema di cooperative e piccole imprese che, nei decenni trascorsi, ha progressivamente costruito e messo a disposizione dei “capitali produttivi” e delle “imprenditorialità locali”, come loro fondo comune, «un meccanismo stritolatore della dignità, della libertà, dei diritti, della vita dei lavoratori italiani e immigrati».

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